sabato 27 febbraio 2016

Arundhati Roy È una scrittrice indiana. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è I fantasmi del capitale. Nel 1997 ha vinto il Booker Prize con Il dio delle piccole cose.



Perché restituisco questo premio

Anche se non credo che i premi siano un metro di giudizio del nostro lavoro, vorrei aggiungere quello che ho vinto nel 1989 per la migliore sceneggiatura a tutti quelli che sono stati già restituiti al mittente.
Voglio anche precisare che non lo faccio perché sia “sconvolta” da quella che viene fatta passare come l’“intolleranza crescente”, fomentata dal governo attuale.
Per prima cosa va detto che “intolleranza” è un termine sbagliato per i linciaggi, le sparatorie, i roghi e gli omicidi di massa di esseri umani come noi. Inoltre, sapevamo già da un pezzo ciò che era in serbo per noi – quindi non posso dire di essere sconvolta da quello che è successo dopo che questo governo è stato mandato al potere con grande giubilo da una maggioranza soverchiante.
In terzo luogo, questi tremendi omicidi sono soltanto il sintomo esteriore di un malessere più profondo. La vita è anche un inferno per chi ci vive. Intere popolazioni, milioni di dalit, adivas, musulmani e cristiani, sono costretti a vivere nel terrore, senza sapere quando e da dove arriverà il prossimo attacco.
Oggi viviamo in un paese dove, quando gli scagnozzi e la nomenklatura del Nuovo ordine parlano di “eccidio illegale”, si riferiscono alla vacca che sarebbe stata uccisa, non all’uomo in carne e ossa che è stato assassinato. E quando parlano di prendere dei “reperti per l’esame della scientifica” dalla scena del delitto, si riferiscono al cibo in frigorifero, non al corpo dell’uomo linciato.
Diciamo di aver “fatto progressi” – ma oggi, quando i dalit vengono massacrati e i loro bambini bruciati vivi, quale scrittore può dire liberamente, come ha fatto una volta Babasaheb Ambedkar, che “per gli intoccabili, l’induismo è una vera e propria stanza degli orrori”, senza subire attacchi, linciaggi, pallottole o finire in galera? Quale scrittore può scrivere quello che ha scritto Saadat Hassan Manto nella sua Lettera allo zio Sam?
Non importa se siamo d’accordo o no su ciò che è stato detto. Se non abbiamo il diritto di parlare liberamente, ci trasformeremo in una società che soffre di denutrizione intellettuale, una nazione di idioti. In tutto il continente è diventata una corsa al ribasso, a cui l’India si è unita con grande giubilo. Anche qui, adesso, la censura è stata esternalizzata alla feccia.
Sono molto contenta di aver trovato (in qualche angolo del mio passato) un premio nazionale da poter restituire, perché mi consente di essere parte di un movimento politico avviato da scrittori, registi e personalità accademiche di questo paese, insorti contro una specie di perversione ideologica e contro un attacco al nostro quoziente di intelligenza che ci farà a pezzi e ci seppellirà ben bene, se non ci opponiamo adesso.
Sono convinta che quello che ora stanno facendo artisti e intellettuali non ha precedenti né paralleli nella storia. È politica con altri mezzi. Sono orgogliosissima di farne parte. E mi vergogno profondamente di quello che sta succedendo oggi nel nostro paese.
P.S. Per la cronaca, ho rifiutato il premio della Sahitya Akademi nel 2005 quando era al potere il partito del Congresso. Dunque fatemi il piacere di non ritirarmi fuori la vecchia storia del contrasto fra il partito del Congresso e il Bharatiya janata party. Si è andati ben oltre. Grazie.
(Traduzione di Alessandro de Lachenal)

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